COMUNICATO STAMPA
Udienza Processo a Podlech mercoledi 21 Luglio 2010
Podlech, la Cassazione riapre la possibilità degli arresti domiciliari. E della sua fuga. Oggi e domani due udienze importanti
Alfonso Podlech, il procuratore militare cileno arrestato per la scomparsa di Omar Venturelli nel Cile del 1973, ha ricevuto un aiuto insperato dalla Cassazione: cassato infatti dall'organo supremo il verdetto del Tribunale della Libertà che l'11 gennaio aveva respinto la richiesta di arresti domiciliari per l'ex "fiscal" di Temuco. Un nuovo Tribunale del Riesame dovrà ora ridiscutere sulla richiesta e la possibilità che Podlech ottenga il regime attenuato di carcerazione, con i domiciliari, si tinge di giallo.
Per l'unico accusato degli odiosi crimini compiuti dalle dittature latinoamericane finito in un carcere italiano potrebbe crearsi una situazione favorevole alla fuga. Del resto in Cile da tempo i parenti di Podlech stanno promuovendo una campagna di stampa per "liberare" quello che considerano un "preso politico", un prigioniero politico.
Il Cile che sta per decidere sull'indulto comprensivo anche dei criminali macchiatisi di violazioni dei diritti umani ha in questo processo che si svolge in Italia una evidente anomalia. La stessa che questa mattina è stata sottolineata in aula da Hugo Venturelli, nipote del desaparecido, quando per spiegare la sua costituzione di parte cuivile nel processo che si celebra a Roma davanti alla prima Corte d'Assise ha detto: "In Cile non si può ottenere giustizia, confido in quella italiana".
L'udienza di questa mattina è stata occupata dalla testimonianza di Maria Paz Vednbturelli, la figlia di Omar. Pacita si è commossa a più riprese ricordando la vita che le è capitato di dover fare. "Sono diventata un rifugiato politico a due anni di età", ha ricordato di fronte agli occhi gelidi di Podlech. "Ero pericolosa a due anni...".
Pacita ha anche ricordato l'intervento di Pertini, di cui fu graditissima ospite al Quirinale. Pertini intervenne allora nel 1985 con una rogatoria internazionale quando Pinochet, allentando i cordoni della dittatura, aveva annunciato il possibile rientro in Cile degli esiliati. Tutti meno quelli di una lista nera, che conteneva anche il nome di Maria Paz, inserita dall'età di due anni in quella lista di reprobi.
Grazie a Pertini Maria Paz è potuta rientrare poi in Cile, per conoscere finalmente i parenti di suo padre che non aveva mai potuto incontrare in Italia. Ma nel 2001 quel suo ritorno è coinciso con la scoperta di fosse comuni a Temuco. "La cosa più orribile - ha detto - è stata poi quella che nella notte sono state fatte di nuovo scomparire le salme con lo scopo di impedire un riconoscimento".
La vita di Pacita è stata la vita di una persecuzione lunga quanto odiosa. Come dimostrano i due attentati dinamitardi che lei piccola di sei anni ha subito a Palermo insieme a sua madre Fresia. Bombe non esplose poer fortruna, paurose intimidazioni perà alla porta di casa, seguite dalla fuga subito dopo verso Bologna che poi ha accolto le due donne.
"Sono figlia di un uomo coraggioso che ha pagato per i suoi ideali, una persona meravigliosa - ha concluso Pacita -. E sono certa che quest'uomo (ha detto inbdicando Podlech) è responsabile di quello che è accaduto...".
Giovedì 22 luglio in aula tocca a Podlech. Sartà interrogato dalla Corte.
COMUNICATO STAMPA
Udienza Processo a Podlech 22 Luglio 2010
Per buona parte della giornata il detenuto Alfonso Podlech ha cercato di negare le sue responsabilità nel Cile di Pinochet. La decima udienza del processo in cui davanti alla I Corte d’Assise del Tribunale di Roma deve rispondere della “scomparsa” del militante italiano Omar Venturelli è stata occupata dal lungo interrogatorio dell’ex “fiscal militar” di Temuco. La prossima udienza è prevista per il sei ottobre, allora saranno sentiti quattro testimoni a suo discarico che la difesa di Podlech indicherà a inizio settembre.
“L’Europa ha travisato il golpe…Spero per voi che non vi ci debba mai capitare”. Con questa premessa inquietante l’avvocato di 74 anni che mal sopporta questa detenzione che dura ormai da due anni (e oggi di nuovo il suo avvocato ha chiesto, invano, gli arresti domiciliari negati dalla Corte) ha avviata una lunga serie di negazioni degli addebiti.
La sua linea di difesa, che poi man mano è crollata sotto l’incalzare delle domande del procuratore Giancarlo Capaldo e poi del giudice a latere, è iniziata col distinguo della sua funzione di “fiscal militar”, un pm, iniziata ufficialmente nel marzo del 1974.
Prima però Podlech ha ammesso di essere stato nominato “consulente” del fiscal in carica Jofrè Soto. Questa linea di difesa ha mostrato subito evidenti crepe: Podlech infatti ha spiegato non senza difficoltà di essere stato nominato l’11 settembre, di aver concorso all’organizzazione materiale della procura sommersa da detenuti in arrivo da dovunque, di aver indossato l’uniforme militare, di essere entrato “qualche volta” nelle due stanze degli interrogatori, di aver “consigliato” il fiscal sulla detenzione per i reati più gravi e poi quando li ha elencati ha spiegato con nonchalance che erano “tradimento della patria e possesso di armi”.
Molto penoso il suo tentativo di accreditarsi come un moderato che avrebbe consigliato addirittura il rispetto dei diritti umani. Penosissimo infine il suo diniego delle torture, ammesso poi con un “mica sono un cieco, lo sapevano tutti”.
In aula i suoi ricordi e i suoi aggiustamenti erano seguiti oggi da parecchi cileni, in particolare due ex detenuti di allora come Aldo e Julian venuti ad assistere alla deposizione da Parigi e Amsterdam.
Podlech occhi di ghiaccio ha permesso in apertura di udienza un’uscita del suo avvocato Caricaterra, che ha riferito alla corte di essere stato informato dalla sua assistente di offese rivolte a Podlech dal pubblico in chiusura della precedente udienza. Sulla circostanza – peraltro ignota ai presenti ieri - la Corte ha cercato invano di avere maggiori dettagli e a questo punto di fronte al diniego dell’ avvocato di indicare il nome della sua assistente (peraltro presente in aula) il Procuratore Capaldo ha annunciato che dovrà interrogare l’avvocato sulla questione.
Podlech è stato incalzato poi sulle sue attività di avvocato dei “terratenientes”, ha cercato di accreditarsi come legale dei proprietari medi, alla fine ha anche cercato di sminuire il ruolo della sua famiglia dicendo sbrigativamente che i suoi due fratelli Alfion e Carlos possiedono solo 1500 ettari di terra a testa. Sul Cile del golpe ha poi ripetuto le cifre dell’Osa di allora, e cioè che in Cile ci sarebbero stati 17 mila militanti clandestini pronti a prendere le armi. Insomma, è sembrato chiedere in modo petulante alla Corte, voi capite…
Un ultimo asso nella manica è stato poi estratto dal suo avvocato che ha dato notizia di un procedimento parallelo contro Podlech avviato in Cile, procedimento nuovo di cui era ignorata l’esistenza e che sembra nascere dalle indefesse attività della famiglia Podlech. Da questo prodeimento uscirebbe un documento che a firma di due gendarmi del carcere di Temuco (tali Josè Cienfuentes e raul Cordoba) afferma che Venturelli è uscito dal carcere il 5 ottobre del 1973. La circostanza più che suonare però come d’aiuto a Podlech aggiungerebbe semmai altri due candidati al ruolo di favoreggiatori nella “scomparsa” omicida di Venturelli.
A Podlech è stata contestata una frase che avrebbe comunicato a Ruth Saveria Catalina, presentatasi allora al suo cospetto in cerca del marito scomparso. “I nemici della patria non hanno diritto alla tomba”, avrebbe risposto Podlech che ora nega di essersi espresso così. Del resto l’uomo ha inizialmente negato di aver incontrato la donna, poi ha fatto retromarcia e ha ammesso l’incontro. Difficile pensare infatti che non la conoscesse, visto che nella cittadina di Temuco (sotto allora ai 100 mila abitanti) la signora era la moglie del primario dell’ospedale locale.
Così la giornata di Podlech, che si aggira con un mazzo di fotocopie di documenti e non vuole essere ripreso in faccia dalle cineprese (presenti in aula Canal 13 cileno e Arcoiris).
Uno dei motivi per cui la Corte lo tiene a Rebibbia va ricordato al Cile: il paese di Podlech non ha fatto quello che doveva fare per obblighi internazionali, cioè arrestarlo quando è stato colpito dal mandato di cattura internazionale che ha permesso a Baltasar Garzon di arrestarlo invece nel 2008 mentre era di passaggio dall’aeroporto Barajas di Madrid diretto a Praga con moglie e nipoti. Può fuggire ancora, e il Cile non collabora con la giustizia internazionale (almeno in questo caso). Così la I Corte d’Assise di Roma.
Paolo Brogi